Nasce a Roma il 21 giugno 1961.

Ad appena 14 anni inizia ad interessarsi di fotografia grazie al papà Benito che gli trasmette una passione che mai si sopirà.

Inizia tutto con una Zenit usata comprata al mercato di Porta Portese, ... era il 1974. Piano piano, scattando e fotografando tutto quanto gli è attorno, comincia un lento percorso di crescita tesa, soprattutto, a osservare la realtà da un punto di vista più “critico”, meno convenzionale.

Dopo un paio d’anni, trovandoci gusto, passa al Made in Japan e il papà gli regala una Yashica FR1, macchina già ad alto contenuto tecnologico. Con uno strumento più prestazionale si dedica alla tecnica fotografica e alla lettura di numerosi manuali che, però, sono dedicati quasi esclusivamente all’acquisizione di conoscenze tecniche.

Nel 1984, dopo aver ampliato il proprio corredo con altri corpi Yashica compie il grande salto e, sempre il papà, acquista una Contax RTS con ottiche Zeiss. Contemporaneamente inizia in quegli anni a cimentarsi con la camera oscura e in breve allestisce, in una stanzetta dell’appartamento in cui vive, una vera e propria camera oscura. Sviluppando dapprima solo in b&n e poi anche a colori.

Gli anni della camera oscura gli consentono di celebrare definitivamente il matrimonio con la fotografia. La solitudine delle ore passate nell’oscurità di quella stanza, le prove, le sperimentazioni fatte su carta, le immagini che lentamente prendono vita nelle bacinelle d’acidi segneranno indelebilmente quella scelta.

Sempre grazie al papà continua a cambiare apparecchiature da ripresa, dotandosi sempre delle migliori scelte dell’epoca e sempre con corredi Contax supertecnologici (si affacciava in quegli anni l’autofocus…).

Nel 1992, stanco di troppa tecnologia energivora, passa a Nikon completamente meccaniche e manuali ripercorrendo dall’inizio il tragitto che lo fa consapevole di quanto la fotografia sia espressione sola ed unica della fase di ripresa in cui la concentrazione e il sentimento determinano la bontà di uno scatto e, quindi, di una fotografia.

Dal 2000 si cambia registro, anzi supporto e così, inevitabilmente, si lascia rapire dal fascino del digitale con la Nikon D70 e Sony Alpha e dopo circa dieci anni, stanco di portare in spalla svariati chilogrammi di attrezzatura fotografica, passa alla nuova frontiera del mirrorless ed, in particolare, al microquattroterzi di Olympus.

Con la conquista del digitale si lascia influenzare dal fascino oscuro della postproduzione fatta al computer, ma ben presto comprende che l’immagine elaborata su uno schermo, manipolata attraverso l’uso di software potenti che permettono lo stravolgimento totale dello scatto iniziale non rappresentano quella fotografia che lo aveva fatto innamorare.

Si dedica, così, ad una serie di progetti fotografici tesi ad “esplorare” il mondo che si vive quotidianamente. Non è spinto dalla ricerca dell’esotico, ma si concentra sulla realtà che vive ogni giorno, magari tra le strade del quartiere sotto casa. Ecco la fotografia di Fabio Palombi, l’osservazione attenta e puntuale di ciò che è celato dietro l’apparente quotidiano. E dietro quell’apparente riesce a vedere quello che in lui suscita sentimento, emozione. Le scale, le auto parcheggiate, gli stabilimenti balneari disadorni, le mani e le loro espressioni, gli orizzonti chiusi nelle periferie della città, i tratti dell’uomo al centro di ogni cosa. La fotografia esprime, così, in maniera autentica le sfumature del suo pensiero e traduce in immagini l’approccio benevolo al mondo e alla vita.

I toni che sembrano sempre drammatici sottintendono, invece, la partecipazione, la consapevolezza dell’appartenenza ad un mondo che Fabio Palombi sente suo e che vive giorno dopo giorno, istante dopo istante. Non tralasciando nulla. Nemmeno l’insignificante.

Nella sua evoluzione come fotografo impara, ovviamente, le basi del fotoritocco digitale, ma mai si lascia andare a elaborazioni  eccessive. Le sue foto continuano ad essere il prodotto di quell’istante infinitesimo dato dallo scatto con la macchina da ripresa, concedendo a Photoshop la  correzione solo del contrasto e poco altro ancora.

Ecco perché le foto di Fabio Palombi, per gli stilisti della fotografia perfetta, possono sembrare orfane di quella pulizia e asetticità propria delle immagini create da Photoshop.

Ma mantengono vivo quel sapore incerto dovuto alla precarietà dello scatto, all’incertezza di un istante in cui il mondo si ferma e si immobilizza portando con se l’autenticità di una matrice vera come è vero il mondo che è fotografato.

E quel mondo diventa, improvvisamente, poesia.

 

(Katja Baboro)